Perché il finale è sempre a sorpresa

Credo che resterà per sempre impresso nella mia memoria e le sensazioni che ne sono derivate torneranno vive e vibranti tutte le volte che il ricordo riaffiorerà, il giorno in cui mi accorsi di aver errato una notifica, un errore enorme, in quel caso. Perché si trattava di un atto di appello da notificare entro un termine perentorio e la notifica errata fuori tempo limite significava, semplicemente, la improcedibilità dell’appello;  significava, in altre parole, la definitiva perdita del diritto del mio assistito. Non proprio una sciocchezza, in pratica. Non è una giustificazione, ma è pur vero  che l’esito nefasto della notifica fu, a dirla tutta, effetto di un tranello del collega di controparte. Ma in quel momento tutto ciò poco contava, mentre vivevo, concentrate in un solo istante, un riassunto a tinte forti di un manuale di psichiatria: dal disturbo compulsivo, all’ossessione, alla crisi depressiva, all’attacco di panico, con  tutte le gradazioni intermedie e ritorno.

Il pensiero dell’udienza, ancorché lontana, era soffocante; i risvegli notturni mi conducevano invariabilmente a quel pensiero, gettandomi in una condizione di parossismo da cui sentivo che non sarei uscita mai più. In quei momenti sentivo di comprendere in profondità il travaglio interiore di disperazione e sconforto che spinge le anime fragili al gesto estremo: no, non lo avrei fatto, ma in quel momento vivevo il senso di autentica disperazione e realizzavo il pieno significato della assoluta mancanza di vie d’uscita. Mille e più  pensieri, ipotesi di soluzione e piani di fuga si inerpicavano l’uno sull’altro, nella mia mente frastornata e terribilmente confusa; in preda ad autentica paura mi buttai a capofitto nella ricerca giurisprudenziale, con la certezza indotta da sparuti barlumi di lucidità, che non potessi essere certo l’unica sprovveduta della storia giudiziaria d’Italia, e che le Corti maggiori dovessero essersi per forza occupate, in passato, di situazioni analoghe.

Passavano i giorni e, in effetti, la mia ricerca fu proficua ed ebbi modo di rasserenarmi, seppure in maniera sempre molto parziale e prudente; iniziai a rendermi conto che avrei potuto ottenere la rimessione in termini. Scrissi una istanza adeguatamente motivata.

Respirai. Quando il panico mi assaliva presi a confortarmi ripetendomi che, bé, alla fine esiste pur sempre l’assicurazione professionale e che, sempre alla fine, si tratta pur sempre di vil denaro che non meritava tutta la salute che ci stavo rimettendo: insomma un esperimento di mirror climbing , non furbissimo ma a suo modo efficace.

Mi decisi che, comunque, non sarei andata all’udienza, avrei mandato una collega che, vivendo la vicenda da differente distanza e angolazione avrebbe potuto, non dico tirarmi fuori dai guai, ma almeno farmi evitare la gogna tribunalesca.

Perché sto sfogliando questa terribile pagina della mia vita professionale? Che bisogno c’era di rivivere un momento tanto spaventoso, che – sto notando – persino a ripensarci  per raccontarne, mi ha fatto trattenere il fiato?

Dieci anni dopo. Assisto un ente in una causa di risarcimento danni proposta da un tizio che assume di esser caduto per la solita storia delle buche sull’asfalto non segnalate  e chiede una montagna di soldi. Da subito scorgo tra i documenti allegati dal suo avvocato, un documento finito lì indiscutibilmente per errore. Quel foglio messo lì si riferiva ad un procedimento che il tizio aveva tentato immediatamente prima di partorire la brillante idea di iniziare questa causa e raccontava una storia integralmente diversa. Stessi nomi, stessi luoghi, stesse date, solo un’altra vicenda. Non posso crederci!

Faccio immediatamente presente al giudice la lampante contraddizione.

Al contempo, la mia immarcescibile empatia, mi fa quasi provare tenerezza per il collega che, improvvisamente sbiancato e incapace di una replica sensata, deve aver visto scorrere in time lapse il suo futuro prossimo venturo e magari anche  quello del collaboratore artefice dell’errore. In quel momento penso  che a non voler esagerare, io sarei almeno svenuta.

Udienza successiva, penso che il collega manderà un sostituto, come potrebbe affrontare una situazione così gravosa? che giustificazioni addurrà?

Il collega si presenta, tranquillamente ripete le assurdità che ha già scritto precedentemente, io contesto con tutto l’ardore di cui sono capace e il giudice guarda un po’ me e un po’ lui; ascolta le mie osservazioni, legge (legge?) i documenti che gli sottopongo, riascolta le meccaniche  difese della mia controparte, ponendo tante domande, dato che non riesce a capacitarsi dell’assurdità di insistere su una versione così tanto fallata. Alla fine, quasi a scusarsi con me per la decisione, ammette la prova testimoniale richiesta dall’impostore, dicendomi che nonostante la evidente contraddittorietà, gli spiace ma lui deve ammettere il testimone. Sono contrariata e un tantino pessimista sull’esito di questa causa che doveva essere una passeggiata.

Arriva il giorno della prova testimoniale. Un testimone bravissimo ma – io lo so – falsissimo. Rimane entro il limite, quando la testimonianza si addentra nella parte scivolosa della vicenda, ma tanto basta per confondere le idee al giudice che, a questo punto, non sarà più tanto sicuro di nulla.

Il collega ha commesso un errore, neanche piccolo in verità, rasentando la frode processuale, eppure ha proseguito sulla sua linea. Non si può automaticamente escludere che abbia trascorso anch’egli qualche penoso quarto d’ora, fustigandosi dolorosamente. Le conclusioni che si possono trarre da questa brutta storia sono tante, altrettanto brutte. Ma in questo momento voglio soffermarmi sull’unica lezione di vita che, anche da pagine così vergognose, possono comunque trarsi: lui non ha mollato, è andato avanti credendo nella sua (sporca) azione e giocandosela  fino in fondo. 

E penso che probabilmente è vero che, per quanto in dettaglio si pensi di conoscere qualcosa, gli sviluppi che la vita ha in serbo sono un mistero troppo grande per le nostre capacità di previsione e pianificazione. Per quanto insuperabile appaia un ostacolo, o scontato un risultato, in bene o in male, possiamo solo accomodarci ed aspettare di conoscere l’imprevedibile finale.

 

 

 

 

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Una risposta a Perché il finale è sempre a sorpresa

  1. newwhitebear ha detto:

    il collega ha insistito sapendo di dire il falso ma era l’unica strada che aveva e l’ha percorsa fino in fondo. Non conosco l’esito finale ma di certo lui ne è uscito pulito, perché la gente non ricorda le falsità ma solo le denunce della verità.
    Sembrerà strano ma psicologicamente la memoria è corta.

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