Grigio e opaco

Ci provo. Ci provo da anni. Tanti anni. Tra gli alti (momenti di inusitata forza ed ottimismo nei quali mi convincevo che non fosse poi tanto male) e bassi, molti di più (nei quali prendevo realisticamente nota del malessere, del senso di inadeguatezza, di quella periodica e ripetuta sensazione di restare indietro mentre tutto procede e si evolve).

Ci provo da quando era normale che tutto apparisse difficile ed inutilmente complicato.

Ci ho provato quando ho constatato che tutto continuava ad apparire  difficile ed inutilmente complicato, ma  ipotizzavo che fosse una caratteristica del mestiere.

Ho continuato a provarci pur sentendo il voltastomaco, pur volendomi picchiare per un errore o una dimenticanza, perché sapevo (so) che non posso mollare questo lavoro, che non ho nessun piano B, che le entrate per quanto insoddisfacenti rimangono irrinunciabili.

Non sopporto più il contatto obbligato con le persone,  nel modo in cui mi viene imposto dal lavoro; partecipo ad un quiz a chi dà la risposta (non quella giusta, ma) più convincente; partecipo, senza saperlo e senza volerlo, al gioco a quiz ordito dal cliente infido che scruta e confronta le prestazioni delle sue cavie. Non esiste dimensione umana con i clienti, riconoscenza e fiducia improvvisamente sono sentimenti che deve provare il professionista verso il cliente anziché viceversa.

Non sopporto il rapporto con i giudici che non leggono nessuna delle carte che noi produciamo copiosamente e, per le loro esigenze, in maniera penosamente stringata. Ma non serve stringere, ché tanto le leggeranno solo al momento di emanare un provvedimento. Però sono pronti a riprendere il legale che sostituisca un collega e non sappia in maniera molto più che precisa i termini della causa, perché è poco serio presentarsi in udienza impreparati, dicono. Loro.

Non sopporto più, non lo tollero, il rapporto obbligato con cancellieri, funzionari, ufficiali giudiziari e tutti coloro che, con l’incarico più fantasioso, giacciono nella spugnosa barca della giustizia italiana. Sempre a lamentarsi del carico di lavoro che grava sulle loro povere terga per colpa del collega che ha preso ferie o permessi o è andato in bagno. Ti guardano con la gioia con cui si guarda il sacchetto per il vomito mentre si vomita e loro vomitano tutta la loro sofferenza (così la chiamano) e non si sforzano di celare il loro astio verso questi avvocati che li importunano mentre loro devono lavorare. Gli avvocati infatti, è noto, fanno i pellegrinaggi negli uffici solo per importunare l’impiegato, non perché anch’essi lavorano, in condizioni ben più ostili, e che, se potessero, eviterebbero con tutto il proprio essere di varcare quelle soglie.

Non sopporto più i colleghi. Però non lo so perché non li sopporto. In fondo ci lega un comune destino e l’assurdità di doversi rivolgere reciprocamente cattiverie e atti infami solo perché il gioco delle parti ce lo impone.

Non sopporto più questo lavoro fatto di procedure inutili e farraginose, di formalismi assurdi, di procedure senza senso. Di dover passare quei varchi magnetici sempre col medesimo, profondo, disgusto, lo stesso da anni, sempre quello. Quello che speravi fosse una sensazione del principiante insicuro e che invece rivivi con la medesima pena anche dopo vent’anni.

Non sopporto di sapere che questa sia la sola cosa che mi tocca fare in questa vita, che la sola condizione perché io possa soddisfare/contribuire a soddisfare le esigenze della mia famiglia, sia tollerare tutto questo.

Ci sono lati buoni, mi dicono. A volte l’ho detto persino io, incredibile.

Oggi non ne vedo alcuno. Vedo soltanto la mia invincibile stanchezza, che rende grigio e opaco tutto ciò che ad ogni mio risveglio mi sforzo di colorare con le tinte più vivaci e splendenti che riesco a trovare. Grigio e opaco. Il cielo di queste mattine di inizio autunno che qui al sud sono teli turchesi forati da riccioluti batuffoli di un bianco abbagliante. Grigio e opaco: i viali e i giardini pennellati di tutte le nuances del marrone, dell’arancio e del verde di rami e foglie e vegetazione che restituiscono così ogni goccia di umidità che penetra nelle loro cellule.

Intorno a me tutto grigio e opaco.

 

 

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3 pensieri su “Grigio e opaco

    1. Ciao, Bentrovato 🙂
      Stanca, stanchissima. Questo continuo tapparsi il naso ed immergersi, non è cosa cui si possa resistere a lungo. Poi mi guardo indietro, vedo quanto tempo è passato e mi sento eroica!

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