Rapporti recisi e contratti risolti.

Un divorzio. Uno dei tanti.

Col passare del tempo il pathos non c’è più.

Le prime volte, cioè nei primi divorzi (o separazioni) che seguivo, mi immedesimavo totalmente nella condizione delle persone, di coloro che stavano vivendo il fallimento di un progetto comune, a volte dopo tantissimi anni insieme; avvertivo quel sentimento devastato, offeso o raffreddato; le paure che il cliente provava per sé, per i figli; o il bisogno quasi fisico di vendetta, di riscatto.

Respiravo quell’aria tesa e sofferente e la interiorizzavo. Mi struggevo al pensiero che davvero tra quelle persone, che spesso nemmeno conoscevo, stesse naufragando un pezzo di vita, o che una delle parti fosse carica di un dolore che non poteva più controllare né accettare. Come alleviare tanta sofferenza, come aiutare a raggiungere almeno una rassegnazione?

Dopo tanti anni la visione delle cose cambia; la frequenza con cui si rinuncia, la facilità, ai limiti della leggerezza, con cui si chiude un capitolo di vita che, nelle intenzioni, doveva essere importante, e si archivia così come si ripone su uno scaffale un libro che non si vuol più leggere.

Ecco, oggi, interiorizzo questo e quasi non mi impressiono  più: si tratta solo di sciogliere un contratto, le parti recedono. Non hanno ricevuto la prestazione sperata, c’è un inadempimento; ovvero un’offerta più vantaggiosa. Ci sono i figli: un effetto del contratto. Penso ai contratti di durata: restano salvi gli effetti già prodotti, e ciascuna parte se ne fa carico per una percentuale.

Uno scioglimento di contratto. O poco più.

In un divorzio questo aspetto meccanico, questa visione negoziale, sono ancor più marcati: i coniugi sono già separati da almeno tre anni, discutono senza nemmeno più troppo risentimento, si regolamenta l’incontro coi figli, io il lunedì tu il giovedì. Si discute dell’assegno: non mi basta più, dice una. Non posso darti di più, replica l’altro. In tribunale è una formalità ancora di più, se mai è possibile.

Volete divorziare? siete d’accordo, nessuna possibilità di una riconciliazione? “No, Sgnor Giudice, ormai abbiamo entrambi nuovi compagni, io anche una figlia col nuovo.

Ma, ecco, già che ci siamo, io vorrei elevato un po’ l’assegno divorzile: sa, le esigenze aumentano, la crisi, il costo della vita, la disoccupazione; io cerco, ma non trovo, quindi ho bisogno di una cifra più dignitosa.”

“No, signor Giudice, non è possibile, io non posso far fronte a questa richiesta. Anche io ho la crisi, l’affitto, le difficoltà. Ne ho più io di lei, a dirla tutta.”

E si discute sul pressapochismo, sul parassitismo, di queste ex mogli che sperano di assicurarsi una rendita vitalizia, a spese dell’ex marito, che pagherà anche i conti di chi ha preso il suo posto, la sua casa, le sue cose.

No, avvocato: qualunque cosa, ma io non voglio darle un centesimo più di quanto le passo adesso; se possibile – è un sogno, me ne rendo conto – vorrei darle addirittura meno. Potessi, vorrei non darle più un solo centesimo, a quella zoccola! E’ fuori ogni logica, è fuori dall’idea stessa di dignità, che io debba lavorare per mantenere lei, il suo nuovo compagno, i suoi vizi e capricci.

I giorni passano, le udienze pure; i provvedimenti si accavallano. Lentamente i processi scorrono verso una definizione che si prospetta lontana ma non più lontanissima. Le stagioni si avvicendano e l’interesse alla causa si smorza; per il cliente, paradossalmente, di più.  Non per l’avvocato. Per i Giudici forse non c’è mai stato: sono tanti sono troppi; cerchiamo accordi, proviamo una conciliazione, anticipiamo la definizione.

E’ ciò che accade: una proposta di conciliazione giudiziale.

Fremo per incontrare il cliente e riferirgli che le nostre domande avranno enormi probabilità di accoglimento: già il Giudice, sia pure solo per formulare una proposta di accordo, ha mostrato di condividere e ritenere dignitosa la nostra richiesta, proponendo una insperata riduzione dell’assegno di mantenimento da corrispondere alla quasi-ex-moglie. Già mi sembra di sentire le manifestazioni di gratitudine e di ammirazione del cliente, di vedere l’entusiasmo con cui gli sembrerà di essere a buon punto nella definizione di questa vicenda. Lo contatto, fissiamo un appuntamento.

Nel giorno stabilito ci incontriamo ed io sorrido con gli occhi, anticipando il senso di soddisfazione che condivideremo tra qualche minuto. Gli leggo l’ordinanza. Al termine sollevo, fiera, la sguardo, pronta a raccogliere la sua soddisfazione.

Ma quello che vedo è uno sguardo truce, un muso lungo e l’aria parecchio alterata, lo guardo scuotendo appena la testa con il gesto tipico di chi crede di non aver capito bene. Non era questo che a lui interessava, voleva una pronuncia di divorzio immediata, non un rinvio in attesa di una conciliazione. “…E non mi interessa se ha ridotto l’assegno che devo passare alla mia ex” (!)

Resto basita, sono certa che per qualche arcano motivo tecnico non abbia capito il significato dell’ordinanza che gli ho appena letto. Non può non essere contento.

Non lo è. Si aspettava una pronuncia anticipata e definitiva. Lui deve sposare la nuova compagna.

Mi riprendo rapidamente dallo shock e mi ricompongo, gli rivolgo “lo sguardo che uccide”. Inizio a spiegargli, visto che evidentemente non ha compreso la portata della cosa, l’importanza di una decisione che riduce l’assegno di mantenimento, il sogno proibito di tanti uomini separati.

Ecco che il suo ritorno al pianeta Terra è diretto e immediato quando gli dico “ok, visto che non è interessato a quello che oggettivamente è un grande risultato, possiamo ancora rifiutare la proposta del Giudice e chiedere di lasciare le cose come stanno.” Farfuglia qualcosa, un “…no, no, va bene.”, un “mi scusi…. non intendevo”.

Decisamente non è possibile, né auspicabile farsi coinvolgere emotivamente.

Risoluzione di un contratto. Quello è.

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