Trasposizioni

Ci sono cose che, per quanto mi sforzi di comprendere, mi restano criptiche. Come prendere l’auto per andare nella palestra a pochi metri da casa, o come fare shopping 10 giorni prima dell’inizio dei saldi, o fumare prima di andare a dormire. Stupidate, insomma, che restano tali e in linea di massima non sono nemmeno determinanti negli equilibri cosmici.

Restando sempre nell’ambito di meccanismi incomprensibili di scarsa rilevanza, ce n’è tuttavia, uno che proprio …. niente. Mi sforzo di comprenderne le dinamiche ma è troppo per me. Che però un po’ di rilevanza, secondo me, l’avrebbe pure.

Frequentando famiglie con figli di età scolare ho modo di osservare il più variopinto assortimento di relazioni familiari e di modelli educativi. Si va dalla categoria ecologico-autarchico-decrescitafelice, delle mamme che bandiscono da casa, con atteggiamento terroristico, tv, viodeogiochi e cibo di produzione industriale; che propinano pasti rigorosamente home made e giochi dei sweet-seventy’s; che però poi della roba dai cinesi la comprano, perché non farlo significherebbe essere  razzisti, in barba alla tossicità di molti materiali. Sono mamme rigorosamente senza trucco, con i capelli sistemati alla bell’e meglio, magre (elloso!) ma di una magrezza che sa di sciatteria e salute cagionevole. Ritengono vitale che i propri figli si dissocino dal modello di vita consumistico e materialistico, seguito e praticato dai più, e dando un consistente contributo al loro precoce isolamento.

All’altro capo stanno le mamme della serie pub-e-discoteca-tutta-la-vita, truccate verosimilmente in condizioni di luce non ottimali, a giudicare dalla elevata saturazione di occhi-guance-bocca; indossano microgonne che, vada per le gambe decenti, ma  non possono far miracoli per il giro vita, souvenir del parto, che quello è! Ritengono che preparare un dolce in casa, magari con la partecipazione dei bambini, sia da vecchi e antiquati, e si fanno i selfie in spiaggia in pose da quindicenni ammiccanti. Queste mamme, forse per accentuare la propria sensazione (nonché desiderio) di eterna giovinezza, hanno escogitato la tecnica del compromesso, che, al confronto, il compromesso storico è roba da dilettanti. Si tratta di trovare un punto d’incontro tra l’età propria e quella dei figli (più frequentemente delle figlie), riducendosi la propria ed incrementando fittiziamente quella dei discendenti: i fanciulli, vengono, così, fiondati anzitempo nel mondo adulto, forzandone la crescita, come si fa con le melenzane fuori stagione.

Così, mentre io a mia figlia di 6 anni propinavo ancora il catalincammello, una bambina della sua stessa età era correntemente aggiornata sulle tournée degli One Direction; a 7 anni, cercava il fidanzatino, a 8 vestiva come una battona. Si strafogava di hamburger e di ogni altra schifezza, la cui lista ingredienti è coperta dal segreto di Stato.

Ora non posso certo dichiarare impunemente di reputare migliore e più valido il mio modello educativo; ché, prima di ogni altra cosa, io dovrei averlo, il modello educativo!

Ma nel mio stazionare sulle sempre rassicuranti  vie di mezzo, non posso fare a meno di chiedermi perché mai estremizzare tutto! Perché la purista alimentare non possa mettere il rossetto o non debba lasciare che suo figlio giochi per mezz’ora con la wii col compagnetto; e perché la mamma-rock non possa far indossare alla figlia di 8 anni un leggins colore pastello e, occasionalmente, preparare in casa una torta di mele, anche storta e ammaccata.

Caratteristica comune, nei due casi, è la tendenza ad imporre il proprio pensiero, dimenticando che si tratta pur sempre di un modello adulto elaborato negli anni e frutto di esperienze vissute personalmente (un po’ come vegetariani e testimoni di Geova, che accosto solo per la radicalità dei rispettivi orientamenti, e per null’altro). Trovo ridicolo collocare i ragazzini su quei modelli, a cui di fatto non appartengono, per la elementare ragione che sono bambini e che avranno tempo per farsi una opinione.

Non sarebbe sufficiente far conoscere i propri orientamenti, salvo lasciare che i ragazzini si adeguino poi a quello in cui si identificheranno? E, intanto, lasciare loro un margine di libera espressione? (che poi la libera espressione è fortemente e convintamente teorizzata da entrambi gli schieramenti!). Perché contribuire ad attaccare delle etichette che, solo con enorme difficoltà, potranno poi scollarsi?

No, ma io lo riconosco, che sono io a non capire un cavolo.

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