Scelte timorose. Scelte coraggiose.

tulipSi chiama Franca (nome di fantasia) ha 52 anni, ma ne dimostra qualcuno in più. E’ un po’ in sovrappeso e piuttosto trascurata su di sé.

Entra in studio con un vistoso affanno. Comprensibile anche, visto che ci sono ben tre rampe di scala per arrivare al piano. La faccio accomodare e le porgo un bicchiere d’acqua per farla riprendere un pochino.

“Mi devo separare.” Esordisce così in maniera netta, non appena il fiato le permette di proferire una parola.

Inizia il racconto dei trascorsi, parla lentamente, con molte pause per riprendere fiato; è evidente che la difficoltà respiratoria dipenda dal sovrappeso. “Ma io fumo, anche” mi dice un po’ rassegnata alla sua debolezza.

“Mi ha tradito tante volte…. Avvoca’, lo sa le corna dove me le ha fatte arrivare? e io sempre a perdonarlo. Ora è un anno che convive con un’altra…. I miei figli mi dicono che dobbiamo separarci….”

Questa frase da sola spiega l’intero vissuto coniugale di questa persona. Ha perdonato, tollerato la lontananza del marito, tollerato che lui convivesse con un’altra donna, pronta a tollerare persino la mancanza di soldi!! avrebbe tollerato ancora e ancora. Fin dove? Fin cosa?

A certe donne non basta sapere che il proprio uomo manchi loro di rispetto, che non le ami più, che se del caso le maltratti….. Non basta un ceffone, due ceffoni… Lo sappiamo, la cronaca è piena di “non basta”

La signora Franca mi racconta dei tradimenti del marito e di come tutte le volte, avrebbe dovuto cacciarlo via e invece lo ha perdonato… Mentre parla, spesso, un nodo le incrina la voce… Oggi è lei che ha deciso di separarsi, lo sta facendo davvero, proprio lei sta dicendo che “basta così” …. Mentre lo dice sembra che a parlare sia qualcun altro, è lei la prima a non crederci.

E’ convinta. E’ convinta? Io lo so che se il marito tornasse e le sussurrasse “ti amo ancora” all’orecchio, lei lo riabbraccerebbe e lo accoglierebbe ancora una volta. La osservo mentre mi dice che la misura è colma, che questa volta è davvero finito tutto. Annuisco ed i nostri sguardi si incrociano e si comprendono. Lo sa anche lei, lo sappiamo entrambe.

Interagisco ed intervengo poco, ma le manifesto la mia comprensione.

So quanto deve aver sofferto, le dico, ma ammiro la “sua” determinazione: sta facendo la cosa giusta, per lei, per i suoi ragazzi. Per lei, soprattutto per lei.

E’ il momento di andare, sa che c’è gente di là che aspetta il proprio turno per entrare. Lei va via quasi dispiaciuta di dover abbandonare quella conversazione, mi saluta con gratitudine ed una espressione di compiacimento, che potrebbe essere scambiato per un improbabile guizzo di orgoglio.

Sono ferite, o dilaniate, o deluse, o arrabbiate. O tutto quanto insieme. Hanno un impulso di vendetta, misto ad un profondo desiderio/bisogno di amore, di affetto, di attenzioni; a volte brandiscono quella vendetta come il telo rosso al toro: peccato, però, che raramente ottengono la sperata sfuriata; di solito, il loro intento, più apparente che reale, viene assecondato volentieri dai compagni. Spesso portano il perdono in tasca, pronte a renderlo al primo “mi manchi”. Ma altre volte, non tantissime, il bisogno di archiviare capitoli penosi della propria vita è urgente.

Ally Mc Beal

Cosa chiedono ad un avvocato?

La separazione, il divorzio. Certo, ma non soltanto. Le donne vanno dall’avvocato chiedendo ascolto, comprensione, supporto; e incoraggiamento. La spinta per prendere quella decisione che aleggia timida nella mente, pronta a ritrarsi al primo vento. O chiedono una sorta di avallo ad una scelta già compiuta.

Le richieste…. ci sono, sono tante…. Ma pronte a collassare come castelli di carte. Alla fine l’unica posta in gioco è la libertà. O la serenità. O un ritorno allo status quo, che dà pace e sicurezza.

Paola (altro nome di fantasia) è solare ed esplosiva. Ha osservato, ha pazientato, ha atteso; di nuovo ha osservato e pazientato. Un giorno ha deciso che l’attesa era vana, che l’assenza spirituale del marito era diventata un macigno impossibile da continuare a reggere con le proprie braccia, impossibile da smuovere, impossibile da ignorare.

Paola ha una bella casa, due ragazzini sereni e ben educati. Paola ha la stanchezza di tanti dispiaceri, ma la voglia di correre, di sorridere, di alzare le braccia al cielo, di cercare di meglio per sé e i propri figli. Per anni ha represso la sua solarità, ingoiando i propri slanci di entusiasmo per non confondere il marito musone; “evitare” era il solo verbo che conosceva… per non turbarlo, per non farlo alterare, per… per cosa? Spegnere il proprio sorriso perché la persona che hai accanto non sorride? Sedersi a tavola e tacere, non avere dialogo, perché il tuo compagno tace? E i due ragazzi? che amore alla vita potranno imparare dal silenzio penoso?

Paola decide che la durata della vita è incerta e che non intende trascorrerla ancora nel silenzio e nella tristezza. Che ai suoi figli vuole trasmettere la gioia, una risata senza un perché, la possibilità di improvvisare una gita senza chiedersi se ne valga la pena…. la libertà di provare un nuovo lavoro senza farsi troppi calcoli, la possibilità per la figlia di vestire alla moda, scoprendo le ginocchia se lo vorrà….

Mi racconta l’apatia in cui stava soffocando e la sua voglia di guardare ancora il cielo, di viaggiare e coltivarsi; vuole separarsi. Si, lei lo vuole, senza riserve, senza paure.

Accetta le condizioni del marito, non le importa di avere, di chiedere. La vita chiama e lei vuole rispondere. Anche con le tasche vuote e le suole consumate, da qualche parte ricomincerà, sa di potercela fare.

 

 

DISCLAIMER: gli episodi narrati, pur traendo spunto da storie reali, sono in massima parte modificati e romanzati, tanto nei nomi quanto nei contenuti della storia.
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