Dialoghi obbligati. Quasi monologhi.

Le ore in attesa che venga chiamata l’udienza sono lunghissime; il tempo di attesa dietro le
clock porte delle cancellerie sembra infinito.

Dopo una mattinata trascorsa da un turno all’altro, si resta fiaccati nel corpo e nello spirito, si vive nella sua pienezza il senso dello spreco di tempo: tempo che si potrebbe impiegare in qualcosa di valido, di costruttivo.

Ed invece la più fattiva delle cose che si riesce a fare è l’osservazione spesso invadente e fastidiosa dei compagni di attesa.

Osservo la collega con tacchi altissimi, il genere di tacco su cui potrei fare passi dell’ampiezza di 3 centimetri scarsi. Prima di schiantarmi rovinosamente sul pavimento, tra gli sguardi divertiti e malevoli dei presenti. Mi sembra di vedermi….

Proprio quando l’attesa ha completato la sua opera sfiancante, eccoti il collega anziano e parecchio logorroico che ti costringe ad una conversazione  a cui vorresti rispondere per monosillabi. O non rispondere affatto. O chiedere il permesso di allontanarti e magari di appollaiarti su una poltrona, aspettando che passi.

Ed invece devo reggerla, quella conversazione. E poiché non siamo poi così in confidenza, devo reggerla dandomi anche un tono. Controllando la postura, che non sia la mia solita tutta abbattuta, modello macigno sulle spalle; verificando la posizione delle mani e delle braccia (la borsa … vorrei lanciarla via…. non so mai come tenerla), accettando il confronto sugli argomenti generali e, ahimè, anche sui temi giuridici.

Il collega anziano parla e parla. Man mano che la conversazione procede, incalza sempre più il suo interlocutore, lasciando sempre meno spazi, disserta su una propria visione di alcuni istituti giuridici, cerca di raggiungere un uditorio più vasto.

Faccio sempre più fatica a controllare la mia postura e la mia  borsa pesa in modo insopportabile; temo che il mio respiro tradisca il senso di noia che inizia a pervadermi e, faticosamente, cerco di dominare anche quello.

E’ giovane, magro, il viso piuttosto pallido, i capelli mossi e poco folti. Indossa un paio di Ray Ban dalle lenti color marrone, che si intonano con il colorito vagamente smorto. L’aspetto poco attraente è contrastato da un incedere sicuro e allegro, l’eloquio chiaro e ben articolato; insomma posando lo sguardo sull’aspetto  fisico, si rimane un po’ storditi non appena inizia a parlare. Si inserisce nella conversazione tra me ed il collega anziano, liberandomi un po’ dall’onere di dialogare. In pochi minuti si appropria della scena, spaziando, anche un po’ troppo velocemente, da temi economico -sociali alle ultime riforme della giustizia, ai nuovi tipi di ricorsi….

Io mi estraneo volentieri: dopo una mattinata di parlare ed ascoltare, cedo con piacere il passo a chi vuol prenderselo.

Tra il giovane e l’anziano è subito feeling: l’uno cerca di inserire qualche richiesta di pareri e  attingere alla grande esperienza dell’altro; l’altro è, a sua volta, interessato alle novità normative note al giovane e che a lui sembrano sfuggite.

In quel momento riaffiora lontanissimo ma ben percepibile il bisogno di non fare la figura della comparsa…. Nonostante la noia e la stanchezza, approfitto del fatto che conosco anch’io i nuovi argomenti e dò un segno di vita.

Non che volessi richiamare l’attenzione su di me, dopo averla avuta per parecchie …. ore? …giorni? ma in certi momenti capisci che devi metterti in gioco.

L’anziano si accoda al mio segno di vita.

E non posso fare a meno di notare che, nonostante l’esperienza, l’età, la necessità di trasmettere sicurezza e consapevolezza, non ha timore di chiedere lumi su quelle cose che gli suonano nuove. E si ripromette di approfondirle.

E non puoi fare a meno di apprezzare e sorridere a quest’esempio inconsueto ed inaspettato di umiltà.

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